PERLEDO – Il Parlamento ha ascoltato il Comitato Alberto di Perledo in un’audizione informale per avere elementi utili per valutare la proposta di legge di modifica della normativa sulla privacy (atto 1074 – Bagnai e altri), atta a legittimare un accesso ai dati telefonici di una persona scomparsa nella circostanza in cui il soggetto sarebbe in un potenziale pericolo di vita.

La macchina dei soccorsi, se tale provvedimento venisse licenziato dal Parlamento in un futuro prossimo, potrebbe essere ancora più efficiente ed efficace. Ci si potrebbe avvalere di indizi più precisi e circostanziati, derivabili dai dati telefonici analizzati da un magistrato, da combinare con le informazioni raccolte dai famigliari per ricostruire l’ambito relazionale. Lo spunto per questo “upgrade” legislativo potrebbe essere il caso della tragedia che ha coinvolto il perledese Alberto Ongania.

Allo stato attuale la normativa sulla riservatezza delle comunicazioni vieta al magistrato di autorizzare un accesso ai dati telefonici, salvo i casi di terrorismo, sequestro di persona e crimini violenti. Attualmente, salvo i casi appena menzionati, non è possibile andare oltre ad una blanda localizzazione, attuata mediante il rilevamento dell’ultima cella agganciata, cioè l’ultima posizione del telefono prima di un esaurimento della batteria. In gergo “positioning”, che tuttavia perde di utilità nelle zone non troppo urbanizzate o con morfologie del territorio simili a quelle della provincia di Lecco.

Il Comitato, presieduto da Renato Ongania, porta il nome del fratello, e si è costituito durante le ricerche di Alberto, allontanatosi da casa il 12 novembre 2022, per una delle sue solite passeggiate quotidiane, ma ritrovato morto la mattina del 3 dicembre nelle vicinanze del belvedere della frazione Bologna di Perledo, una zona nota localmente come “Cereda”, lontano da nuclei abitati. Alberto Ongania è stato ritrovato dai soccorsi, coordinati dalla Prefettura di Lecco, con accanto il proprio telefono cellulare e adagiato supino in una piazzola, presumibilmente dopo esser caduto da un muro, a valle della strada statale 753 di Esino (SS 753), nel tratto che da Perledo conduce a Esino Lario. Le indagini, condotte dalla Procura di Lecco, durate circa sei mesi, hanno previsto anche l’autopsia del corpo e il sequestro del telefono cellulare. Si sono concluse circa un anno fa, confermando l’ipotesi che si sarebbe trattato di una caduta accidentale. Contestualmente, il caso è stato archiviato con l’accertamento di un’assenza di reati associati alla morte.

Renato Ongania, fratello di Alberto, durante l’audizione alla seconda commissione permanente della Camera dei Deputati, Commissione Giustizia, ha portato nel palazzo di Montecitorio la case-history della tragedia che ha visto come protagonista suo fratello.

Intervistato da LarioNews ha prodotto una sintesi del suo intervento, disponibile interamente a questo link – le cui note sono reperibili sul sito web della Camera dei Deputati in questa pagina .

L’applicazione della legge sulla privacy si traduce in morte – esordisce Ongania senza mezzi termini – operativamente, quando si ha la denuncia di una persona scomparsa, siamo nella sola possibilità di ottenere l’ultima cella agganciata del telefonino. I piani delle prefetture sorvolano l’aspetto della privacy, sono per così dire scritti ‘per non affrontare il tema del telefonino’, che tuttavia è dirimente. Facendo parte anche della Consulta nazionale delle Persone Scomparse, a consulenza del Ministero degli Interni, Ufficio del Commissario Straordinario per la Ricerca delle Persone Scomparse, posso affermare con una certa sicurezza, che pochi hanno scavato con le lacrime e con il sangue quanto ho dovuto fare io e la mia famiglia attraverso la tragedia di Alberto. Fatte salve le eccezioni di LarioNews, dei giornali locali, del dott. Porro di Telelombardia e di Rai Tre con la trasmissione Chi l’ha Visto? condotta magistralmente dalla dott.ssa Sciarelli, ci siamo sentiti impotenti perché “tutti stavano facendo tutto ciò che la legge permetteva loro di fare”, ed era vero. I soccorsi dopo tre giorni dovevano essere sospesi ‘perché mancano indizi utili a proseguire le ricerche’. E allora cosa fare? Arrendersi? Far finta che il sistema sia ordinato ai valori più alti e nobili della nostra sgangherata civiltà? Sino ad ora non si era riusciti a far emergere il paradosso di una legislazione concepita da burocrati lagulei (per usare un termine con una connotazione spregiativa di Calamandrei in una arringa del 1956 in difesa di Danilo Dolci a Palermo). Ora se ne è parlato nelle istituzioni repubblicane. Non è stato facile, e il merito è da attribuire all’on. Alberto Bagnai che ha saputo raccogliere la nostra istanza, il nostro grido di buonsenso. È un passo avanti nella giusta direzione, ma la strada per aggiustare la normativa e renderla ancorata nella sua applicabilità a principi di un sano buonsenso, è ancora lunga!”.

> L’AUDIZIONE DI ONGANIA ALLA CAMERA

Le ricerche di Alberto Ongania

“Il problema delle nostre zone – continua Ongania – è molto semplice e cerco di rappresentarvelo: abbiamo i coni d’ombra delle montagne che fermano il segnale telefonico delle antenne trasmittenti e i ripetitori a volte non coprono tutto il territorio, il risultato è che il telefono in alcune aree ‘non prende’, a questo si aggiunge l’effetto riflettente del lago, e la fattispecie di avere una cella troppo vasta, di decine e decine di chilometri quadrati. Quando cercavo Alberto ho percorso decine di chilometri a piedi nelle strade del territorio di Perledo con il mano il mio telefonino per capire quali antenne trasmittenti venissero agganciate, c’è un’app del cellulare che permette di fare tutto questo. In alcuni tratti del torrente Esino, per fare un esempio reale, non c’è alcun segnale, se uno si perde laggiù, nel letto del torrente, ed ha un incidente grave, è spacciato. Ma evidentemente, e ho insistito su questo punto, prima di finire in un punto cieco, una persona vi ci si è avvicinata, con l’accesso ai dati telefonici, si potrebbero ricostruire gli spostamenti precedenti. Non sono ovviamente il solo a sostenere questa tesi, vi sono fior fiore di associazioni nazionali che lo dicono da anni. Poi sarà compito del magistrato selezionare i dati da fornire alle forze dell’ordine secondo quel principio di necessità/proporzionalità che è specifico della normativa. Agli onorevoli commissari ho spiegato che il dato dell’ultima cella agganciata, non è sufficiente per i soccorritori, si va spesso alla cieca. Anche l’ausilio di un elicottero o dei droni, che peraltro c’è stato nei soccorsi di mio fratello, perde la propria efficacia in moltissimi casi: servirebbe un accesso più vasto ai dati telefonici, ma quanta privacy siamo disposti a sacrificare noi cittadini? Questo è il nocciolo della battaglia che abbiamo intrapreso dal 22 novembre 2022, che è lo scopo del comitato; riformare la legge sulla privacy, abilitare una deroga anche per i casi che non prevedono ipotesi di reato (in gergo iscritti presso la Procura come pseudo-notizie di reato, mod. 45). Dal mio punto di vista, che mette sulla bilancia gli articoli 2 e 3 della Costituzione con l’articolo 15, non ci sono dubbi: prima viene la tutela della vita, poi, in subordine, la tutela della privacy. Papa Francesco, con riferimento ai pericoli del paradigma tecnocratico, ha denunciato in almeno un paio di documenti ufficiali le implicazioni aberranti di una visione tecno-centrica. Io, che non sono nessuno, avverto il problema perché l’ho vissuto, e mi accodo a tale denuncia: non dobbiamo essere succubi della tecnologia o delle multinazionali che la posseggono (operatori delle telecomunicazioni nella fattispecie). Abbiamo il dovere di essere intelligenti per tutelare la vita ad ogni costo. È una battaglia di valori, forse non c’è abbastanza spazio per questo nell’economia della situazione, ma sento l’obbligo morale di andare avanti, non è più solo una mia battaglia per salvare Alberto, è semmai la responsabilità di portare avanti il retaggio del suo voler aiutare il Prossimo, lui ha vissuto con questi ideali e quella è l’unica testimonianza che conta. Da parte mia, ho fatto i compiti a casa, non ho parlato a braccio, ero abbastanza preparato: negli ultimi otto mesi, da quando ho saputo che sarei stato convocato, ho studiato la storia che accompagna il diritto alla privacy, ne ho fatto anche un articolo storico/divulgativo che si può trovare nelle note del mio intervento. Un deputato mi ha chiesto rispetto a dei tecnicismi di come viene rubricata una notizia dalla Procura, non ho una laurea in legge, ma avendo vissuto la tragedia, mi sono documentato e ho potuto aiutare la Commissaria con i corretti riferimenti di articoli e commi pertinenti. Ho anche tirato fuori i suggerimenti dell’allora Commissario Straordinario delle Persone Scomparse, dott. Bella, rivolti al legislatore per aggiustare la normativa”.

“C’è da dire che la libertà di sparire, di non essere ritrovati – conclude Ongania – tanto cara al nuovo mondo per una serie di ragioni antropologiche e mitiche, un po’ meno da noi, può essere, e dovrebbe essere ben approfondita dal legislatore, ma non possiamo buttare la culla con il bambino, per riprendere il monito del dott. Gratteri (n.d.r. Procuratore di Napoli) che mi ha preceduto nelle audizioni. Una persona che ha problemi di salute che adotta comportamenti tali da voler essere sempre aiutato, nel caso di mio fratello, camminare sempre su strade asfaltate e sempre con il telefonino per essere soccorso, dovrebbe porre gli inquirenti di fronte ad un unico dilemma: come posso salvare la vita di questa persona? E non certo come posso tutelare il suo diritto alla riservatezza delle comunicazioni. Detto in altre parole, concretamente, occorre acquisire almeno 48 ore di dati telefonici precedenti alla scomparsa, ma forse anche di più, non per punire eventuali reati, non si tratta di accertare ipotesi di reato, ma tentare di ricostruire il percorso di una persona che si è allontanata con il solo obiettivo di poterla ritrovare in vita, soccorrerla nell’immediatezza di un eventuale incidente che l’ha messa in pericolo; disvelare, almeno al magistrato, i numeri delle chiamate in entrata ed in uscita per ricostruire ciò che il Commissario Straordinario del Governo per la ricerca di persone scomparse, prefetto Pellizzari ha definito ‘ambito relazionale’. Volendo palesare la frustrazione che si ha dal dover compiere queste battaglie di civiltà, si potrebbe continuare a far ragionare il legislatore con i casi di scuola (che possono invero essere dati in pasto a dei comitati etici a supervisione del funzionamento dell’intelligenza artificiale): cosa farebbe un vigile del fuoco di fronte ad una chiesa in fiamme, con dei fedeli rinchiusi e in pericolo di vita, non interverrebbe per rispettare il diritto di religione? Mi auguro che questo Parlamento colga l’opportunità di essere utile al Pease e sappia portare a termine una riforma non solo necessaria, ma urgente perché non vi siano altri casi Alberto da audire”.